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Eremo di San Domenico

San Domenico Abate, monaco benedettino ed eremita itinerante nato a Foligno nel 951, morto a Sore nel 1031, intorno al 1010 passò dalla valle dell’Aventino, sul versante orientale della Maiella, in quella del Sagittario, fissando la sua dimora, denominata Prato Cardoso, in un antro naturale dirimpetto alla sorgente del fiume Sega.

Qui visse alcuni anni in solitudine, nella preghiera e nelle penitenze più austere, guadagnandosi, per la santità e la fama dei miracoli, l’ammirazione degli abitanti del luogo, che presero a venerarlo come loro patrono e nume tutelare.

Il ritiro di Prato Cardoso divenne presto luogo di culto e vi fu costruito un eremo, che oggi si specchia nelle limpide acque del bacino artificiale creato negli anni ‘20 con una diga sul Sagittario.

Nel piccolo portico antistante la facciata, che si apre sul lago con una graziosa bifora cinquecentesca, sono dipinte 4 scene illustranti altrettanti miracoli di S. Domenico.

All’interno, cui si accede attraverso un bel portalino in pietra di epoca rinascimentale purtroppo pesantemente ridipinto, si erge un altare in stile neogotico che accoglie la statua del santo. Il paliotto in scagliola dipinta è di epoca più antica, essendo stato relaizzato nel 1761 da tal Giuseppe Mancini su commissione dell’eremita villalaghese Francesco Iafolla, come si legge sull’iscrizione commemorativa.

Una porta in fondo all’edificio immete in una ripidae stretta scala in pietra che conduce alla buia spelonca dove fino a pochi anni fa si conservavano le travi di legno su cui dormiva il santo, ora trasferite nella chiesa parrocchiale dopo esser state gravemente danneggiate da un incendio.

L’eremo di Prato Cardoso, conosciuto anche col nome di Eremo di San Domenico, non è l’unico segno della presenza del santo nel territorio: con l’aiuto dei conti di Valva Beraldo, Teodino e Randuisio, infatti, egli fondò nel secondo decennio del sec. XI, il monastero di San Pietro del Lago, di cui oggi restano solo pochi ruderi qualche Km a nord del paese, ma un tempo ricco e fiorente, come testimoniano le sue numerose proprietà nelle aree limitrofe.

Nel 1607 i discendenti di quei conti valvensi donarono il monastero col territorio di pertinenza, le celle dipendenti e l’eremo di Prato, a Montecassino.

L’acquisizione della proprietà fu successivamente sancita incidendo il nome del monastero su uno dei pannelli delle celebri porte bronzee fatte realizzare dall’abate Oderisio e miracolosamente scampate ai bombardamenti dell’ultima guerra. Da allora il territorio rimase formalmente sotto la giurisdizione dei Montecassino, seppur contrastati dai vescovi di Valva e dai feudatari locali. La vita di San Pietro in Lago durò con alterne vicende fino al ‘400, poi iniziò una irreversibile decadenza che culminò nel secolo successivo con l’abbandono del moastero da parte dei monaci.

Gli edifici conventuali, privi di cure, decaddero rapidamente e alcuni elemnti architettonici furono asportati. Fra questi, il più interessante è la lunetta in pietra che adorna la porta di San Michele Arcangelo all’Arapezzana.

Lasciando Villalago, e andando verso Villalago Riviera, a pochi passi dalla piazza, si incontra la Chiesa di Santa Maria, fatta costruire dai monaci di San Pietro in Lago e ristrutturata, con alcune modifiche, nel 1575. Solo recentemente, in seguito ad un altro restauro,si è riusciti a recuperare l’antico parametro in pietra: di notevole interesse è una bella finestra circolare ornata con un motivo a traforo, sicuramente appartenente all’impianto originario.